Capita questo forte desiderio di ritrovarsi un giorno a vivere ancora a casa con i genitori per poter, sempre un giorno, avere la possibilità di mandare tutti affanculo e scappare di casa.
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Capita questo forte desiderio di ritrovarsi un giorno a vivere ancora a casa con i genitori per poter, sempre un giorno, avere la possibilità di mandare tutti affanculo e scappare di casa.
Non si capisce quale sia la direzione delle risate, quando si ride, ma si continua a ridere.
Tu dici: “Io chiudo. Il problema è ciò che resta dentro”.
Infatti.
L’errore è cercare di comunicare fuori qualcosa che non si è mai (o del tutto) elaborato dentro.
E siccome nessuno (o pochissimi) si occupano di elaborare dentro un pensiero, una ragione (in tutti i sensi [si tratta poi di un pensiero sulle cose, sulle persone, su quello che c'è e si vede e su quello che non c'è o non si vede; diciamo pure una visione del mondo]), per un senso profondo di paura e orrore (che è quello che si prova di fronte a un lungo viaggio nel buio più pesto), allora si rimane tutti in superficie, dove almeno c’è un po’ d’aria, ma senza nessuna vista disponibile elaborata sul mondo, senza nessuna visione.
E però nelle comunicazioni che provengono da chi non si ferma a elaborare una visione (o di chi si convince di averla, una visione, ma non è altro che l’impacchetamento di un luogo comune, comunemente una posizione di forza o al massimo romantica [vedi i vari opinionisti o la morale comune, che sono i pensieri più diffusi su facebook]) non ci sono messaggi, solo tic verbali, o smania di essere, tutt’al più, essere e consumare questo essere nell’immediato presente (significa godere di un’esistenza immediata, un’esistenza pubblica, pubblicissima, un’esistenza Botta & Risposta, il massimo del processo edonistico cominciato alla fine degli anni settanta, secondo me) in qualche luogo metafisico, oltre il pensiero (o bypassando il pensiero, e quindi senza le implicazioni che il pensiero può provocare [le implicazioni di un social network sono para-sociali, perché è sì una questione di sofferenza sociale e brutte figure come in ogni rapporto tra persone, ma rimane sempre e solo sullo schermo di un computer che posso spegnere quando mi fa troppa paura – paura di sputtanamento, al massimo – e poi però posso subito riaccendere per avere il brivido sociale di Osare, e quindi sfidare le mie paure, senza considerare minimamente che la gente se ne sta bellamente fottendo – e forse, più che spegnere o accendere, la vera nevrosi si attua con il log-in/log-out frenetico]), un misto di illusione di popolarità (intesa all’americana, che poi è quella che questo mezzo di comunicazione promuove) e di causa/effetto immediati: e sarebbe a dire un mucchio immenso, crescente, sconfinato e coprolalico di cazzate vuote e isteriche, di reazioni alla noia, di palliativi popolari schizofrenici alla paura di avere una visione del mondo privata e personale, che si tradurrebbe inesorabilmente in un forte, assillante, senso di solitudine.
Tutto quest’alcol, alla fine, non farà altro che disinfettarmi l’anima.
E smettiamola con la solita storia che l’uomo vuole sì scopare ma poi a un certo punto tutto finisce lì e allora devi fare i conti con quella che dovrebbe essere diventata la tua compagna e solo lì, in quel momento, senti il bisogno di scambiare due chiacchiere ma allora che gli dici a una che è bona a fare solo pompini? Smettiamola. Per favore, smettiamola. Smettiamola subito. Perché a una che è bona a fare solo pompini io dico le stesse identiche cose che direi a una che è bona pure a parlare. Cazzate. Un mucchio di cazzate per riempire i vuoti delle nostre esistenze. Stronzate e bla-bla-bla per colmare gli imbarazzi che separano la mia vita dalla vita di chiunque altro. E allora una che fa pompini da favola è sempre meglio, anche se parla rumeno, ungherese, oppure polacco. Te lo dico, è sempre meglio. Anzi, quel fare da puttana, quel rinnovare con la parolina italiana sbagliata nel punto giusto (io ce l’ho che il cane mi piace…), quel rinnovare un contratto di locazione che non si è mai estinto me lo fa venire duro e mi fa immaginare di essere l’eroe di un video porno che schizza tutto quello che ha nei coglioni sull’acconciatura e l’highliner e gli orecchini di plastica e le ciglia finte di quella vacca che c’è lì per terra in ginocchio imprecando contro il mondo e ululando nel peggiore dei modi. E giù di pompini e inculate e tette finte e zigomi finti e labbra finte e amore androide. Fottermi una bambola viva con la consapevolezza che le nostre identità rimarranno inconoscibili. Fottere sì, ma ognuno a casa sua, chiusi nella dimensione privata del corpo, senza un cazzo da dichiarare se non sperma e sangue. Viva le battone, le pornostar, i mignottoni, le marchette, le donnacce, e in generale tutti i rapporti occasionali dentro al cesso di un locale, sul posteriore di una macchina in prestito o sul divano di un amico che dorme ubriaco di là, e i tentativi senza remora di hard-core amatoriale, la ricerca della macchina fotografica, la videocamera nascosta. Viva le fiche che mi scopano senza pretese e che non hanno niente da dichiarare. E se voglio parlare un po’ chiamo la mia vecchia maestra delle scuole elementari, sperando però che sia morta, perché di parlare con le donne non ci ho voglia mai.
Esiste una deriva mistica, fuori dal tempo, come una poltrona concava e immobile davanti a un televisore spento, in cui si perdono rovinosamente tutte le mie buone intenzioni.
Nell’istante in cui tireremo le cuoia ci sorprenderemo a tentare di ricordare dove abbiamo lasciato le chiavi di casa.
Abbiamo tutti una ferita. Questa ferita produce dolore. E il dolore va anestetizzato. Alcol, droghe, pornografia, pratiche sciamaniche sadomasochistiche e ossessioni igieniste. Non importa il metodo. La ferita c’è e procura un male intenso, deciso, costante come la sinusoide di un diapason, perforante come il trapano del dentista. Un male netto e continuo che cresce con l’uomo, che lo accompagna, che si fa più acuto verso la maturità e che culmina con la consapevolezza stessa del dolore e della sua provenienza, di questa ferita nascosta nella scatola più complessa e intricata del creato. Abbiamo tutti questa ferita. Ed è una purulenza, un magma di pus e sangue e carne molliccia e gelatinosa che cerchiamo di cauterizzare in tutti i modi. Ma la ferita rimane sempre aperta, perché è come un herpes esposto all’aria, è sempre umidiccia, è sempre viva, pare vivere una vita propria, proprio come un parassita, una vita alternativa che cresce e lotta insieme a noi, che siamo solo degli ospiti da tenere a freno, da far ragionare onde evitare distruzioni improvvise, autolesioni, disgrazie irrecuperabili. Fatevi dire una cosa, e ricordatevela bene: non ci sono coaguli per il cervello. Andateci giù duro, con l’anestesia.
Il lavoro, caro mio, fattelo dire, il lavoro rappresenta la forma di controllo più forte ed efficace che l’essere umano abbia mai piazzato su questa terra nei suoi tentativi di vincere la lotta contro i suoi simili. Non lavori? Soffri e paghi. Lavori? Paghi e soffri. Ne consegue un grande insegnamento: la vita del barbone è la forma più pura di esistenza a cui si possa aspirare. L’essere umano nel pieno della sua umanità e maturità fisica privo degli orpelli spenderecci e dell’interesse per i centri commerciali (se non come pisciatoi notturni). Se si sveglia al mattino perché non è morto congelato – miracolo estremo della nascita drammatica ripetuto ogni giorno –, il barbone ha il potere di attraversare la propria giornata come un’avventura prodigiosa. E i dettagli lo rendono un vero eroe. Con maschera e camuffamento indosso, il barbone scala le ore e i minuti della giornata sfondando le brecce dei suoi nemici, i morsi della fame, la sete di alcol, il bisogno spasmodico di droga. E mentre il resto del mondo ripete ossessivamente il rituale che lo porterà alla morte e al finale sbeffeggiamento funebre, attraverso una vita in cui si è sempre desiderato ciò che mai di volta in volta si è potuto ottenere – lungo la linea piatta della piccola-media-nulla e falsa borghesia –, il barbone vince una piccola battaglia ogni giorno. E la fine del gioco sarà per lui un premio, e nella classifica cosmica di questo grande arcade potrà scrivere, al posto dei tre puntini, tre grandi lettere: G I À. Il suono della rassegnazione. L’eco del non senso.
Per la maggior parte delle persone viaggiare significa vivere la vita che hanno sempre desiderato concentrata in un arco di tempo che potremmo definire di lusso.
Siamo tutti privati di qualcosa. E quest’assenza ci pesa. E ce ne andiamo in giro per la città spremuti nelle nostre macchine ammuffite dalla pioggia rantolando rancore in attesa che qualcuno ci manchi la precedenza. Al mio vicino di casa mancano i termosifoni – Ha freddo. A un paio di miei amici manca alternativamente fica e lavoro – Hanno freddo pure loro. A mia madre manca il mio vecchio. Inutile dire che tre coperte non bastano. A me manca il successo. Mi mancano le ragazzine che mi guardano di sguincio e poi si sussurrano piano paroline frettolose e poi ancora indicano col ditino nella mia direzione, e poi ancora siamo tutti a casa mia a fare una cosa a tre. Mi manca tutto questo e in questo preciso istante sto battendo i denti a mitraglia. Questo freddo ci indurisce il cuore, ce lo riempie d’invidia per ogni essere che ha il cuore riscaldato dalla propria abbondanza e ci fa digrignare i denti ogni volta che pensiamo che qualche miserabile del nostro livello sta per fregarci. Come topi di fogna sgusciamo dal buio alla luce per comprare i nostri cinquanta centesimi di pane vecchio e ce ne ritorniamo torvi nelle nostre tane ad aspettare la morte, guardando con compassione le vecchie del quartiere impoverite e sdentate e i ragazzi che si rapano i capelli e si ridisegnano le sopracciglia. Ma le strade in cui viviamo sono scarichi fognari, e allora siamo tutti escrementi, e ad avere un lampo di genio occorrerebbe semplicemente girarsi per accorgerci che qualcuno sta guardando con compassione pure noi.
In un eccesso di zelo nichilista, potendo scegliere, ho desiderato reincarnarmi in un cadavere fresco.
La fica, amico mio. La ferita sull’organico, sulla vera natura delle cose. L’affaccio su quello che c’è dentro alle macchine viventi. E’ per lei che tutti quanti facciamo quello che facciamo. Nessuno escluso. Nemmeno i froci: loro lo fanno per l’ipotesi della fica, per l’idea dell’intrusione, oppure – e nella maggior parte delle volte – per un cazzo ben risolto. Ma non parliamo di questo. Non adesso. Perché ogni volta che puoi rendertene conto e hai il tempo di pensare, dietro a ogni gesto eclatante e a ogni fumata bianca, dietro all’uomo politico e ai suoi ideali, all’impegno dello sportivo e alla carriera del rocker, c’è sempre la volontà di averne una nuova, una pulita, rasata, ben truccata – tutta paffuta a ammiccante che fa capolino da sotto le chiappe, e ti ricorda quanti anni in più di lei hai, e questo ti provoca un upgrade dell’arrapamento, mentre assorto contempli il mistero e lei contempla te, così scontato, così docile. E poi comincia a sussurrarti Fermati qui, tesorino… Tuffati… Lanciati, dolce amore, ficcati nella tua fichetta: sono tutta tua…
Il dialogo è il silenzio che ho sovrainciso sulle tue parole mentre penso a quale cazzata sto per sparare.
Fottere, signori. Fottere. Fottere fino a toccare con la punta dell’uccello l’osso del male. Attraversare le barriere del tempo a colpi di lombi, con le chiappe che si strizzano per la pressione, spingendo giù in fondo – ancora di più, ragazzo – fino alle sacerdotesse della morte, alle Medee e alle lady Macbeth e a chiunque abbia mai messo una parola buona per trasformare un improvviso calore in una ventata di cripta. E non stiamo parlando per nulla di puttane della tangenziale, no. Nessuna baldracca in una vecchia monocamera con cesso, bidet e lavacazzo. Stiamo parlando delle lattiginose eroine dei miei giorni bui. Di svegliarsi sfatti su tre materassi buttati per terra proprio nel bel mezzo del mio salone e di mille mille mille bottiglie vuote, e candele per terra, e cicche di sigaretta, e macchie biancastre sui collant color carne della più adulta, e le lenzuola che scrocchiano – i profumi venerei nell’aria ostile della tarda mattinata sono un incenso votivo –, mentre di là una delle ragazze si sta lavando con attenzione le parti intime per non lasciare tracce dell’accaduto. Voglio svegliarmi una mattina nel salone di casa mia e poi chiudere gli occhi soddisfatto per la più meravigliosa esperienza mistica della mia vita: un’orgia con le mie beniamine, con le donne che in assoluto ho desiderato possedere di più mentre le spiavo in tv.
I momenti che fanno schifo immobilizzano il tempo. Rendono i giorni, i minuti, gli stessi piccoli miserabili secondi – come infiniti. È per questo che la mia vita è una merda. Sarò immortale.